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26 aprile 2011 alle 8:00

di Guglielmo La Cognata

Dopo anni di studi duri e appassionanti, 3 lustri di precariato, pendolarismo, spese, sacrifici e “tappabuchismo”, il precario appare più malinconico di un vagone abbandonato, avendo perso il lavoro, l’autonomia economica e l’identità professionale.
Improvvisamente, come la vedetta di un’antica nave che grida a squarciagola “Terra!”, arriva lo squillo del destino. E’ una fantastica maternità: cattedra piena, su 2 scuole, vicino casa.
Le stelle che, in quel momento, passano sul cielo siciliano possono vedere dall’alto un uomo felice.
Si riparte: gli occhi brillano come la punta di un sigaro acceso, le strade appaiono sentieri d’oro, tutto trasuda senso e valore.

Trattandosi di classi superaffollate, la sfida educativa si presenta tanto ardua quanto entusiasmante. Alcuni dormono russando un mambo, altri camminano sui muri; tutti, se esistesse la materia animazione, avrebbero 10 e lode.
Dopo 3 mesi, tappa dopo tappa, a fatica ma progressivamente, il domatore di studenti comincia ad incassare speciali dividendi. Siamo diventati qualcosa che assomiglia molto ad una classe, abbiamo tutti un nome, un certo livello di autostima e cominciamo ad individuare e valorizzare i nostri piccoli talenti nascosti. Persino il precario.
In questo contesto, arriva
Babbo Natale e porta il decreto salva precari. Alla luce dell’esperienza acquisita, guardiamo ad esso con angosciosa aspettativa, come allapentola della cucina di una strega. Quel nome, poi, suggerisce tutte le forme di scongiuro, anche le più sconce.
Viene istituito un elenco prioritario di aspiranti che scavalca la graduatoria classica fondata su titoli e curriculum. E’ una clamorosa ingiustizia. Non si possono stravolgere le regole in corso d’opera. Il cambiamento
può riguardare il futuro, non il passato, perché l’anno scorso i docenti hanno preso decisioni sulla base delle norme che c’erano senza potere prevedere come sarebbero mutate.
Tuttavia, la principale sfida al buon senso sta nel criterio di selezione dei “sommersi” e dei “salvati”. Priorità assoluta per tutti coloro i quali, nell’anno scolastico 2008-2009, hanno insegnato per 180 giorni consecutivi in un’unica scuola; gli altri possono appendere il registro al chiodo.
E se 2 docenti, con gli stessi titoli e lo stesso numero di anni di servizio, hanno svolto entrambi 180 giorni di insegnamento ma il primo in una scuola e l’altro in due? Uno sarà promosso e l’altro dovrà cambiare mestiere.
Si parla tanto di meritocrazia ma, in questo modo, l’unica cosa che conta davvero è il caso.
Dal momento che il precario ha perso il posto in graduatoria, la cattedra deve passare “all’avente diritto”, calpestando il sacrosanto principio della continuità didattica.
Non riesco a dirlo né a me stesso né ai miei studenti. I ragazzi ci guardano. In un paese dove lo Stato è ospite, gioca in trasferta, le mie lezioni non sono più credibili. I governi non aprono le porte del futuro, lo rapinano.
La scuola A non ha i soldi per chiamare un nuovo supplente e preferisce aspettare il ritorno della titolare. Risultato: 2 mesi senza fare lezione (vacanze di Natale incluse).
La scuola B divide le ore residue a 2 colleghi. Misteriosamente, dopo un po’ i prof spariscono e ne arrivano altri 2. Dopo un paio di mesi arriva la titolare. Risultato: 4 docenti in un anno.
Virgilio parla di lacrimae rerum: c’è un grido che sale dalle cose usate male.

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Una risposta a “Si scrive salva-precari; si legge ammazza-precari”

  1. Bellissima fotografia di uno degli atti finali della distruzione della scuola “pubblica” che da decenni si è avviata in Italia. Peccato che a riconoscerlo siano solo gli addetti ai lavori. La maggioranza degli italiani, come i dipendenti della scuola stessi, dorme sogni tranquilli ed è impegnata a preoccuparsi solo del proprio orticello. Purtroppo questa mentalità ha permesso di far passare inosservato lo smantellamento di quello che è il motore per la crescita e il futuro del paese. Siamo talmente miopi da non capire che hanno attentato non solo al futuro dei giovani (i quali sono già spacciati di questo passo) ma a quello anche di coloro che teoricamente erano tranquilli e credevano di avere un futuro “roseo”. Chi pensa che l’attacco alla scuola metta a rischio solo le future generazioni e i suoi lavoratori sta commettendo uno sbaglio imperdonabile che ci porterà alla rovina. Il barcone Italia è alla deriva e se non si è stati in grado di rimetterci in rotta difendendo almeno la scuola, affonderemo di certo. A questo punto chi può farà bene ad abbandonare la nave perché ritengo che il primo problema degli italiani sono gli italiani stessi: perchè non sono un popolo…alla faccia dei 150 anni dell’unità…(e se non ci si è uniti in 150 anni non lo faremo certo in futuro).Unità che non c’è se abbiamo permesso che pochi prendessero il potere totale del paese e che il resto della popolazione s’impoverisse sempre di più…non ci credete? Il tempo è galantuomo e il risveglio sarà tragico non solo per i lavoratori della scuola…

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